da Repubblica on line: Ettore Majorana, il mistero irrisolto tra scienza e leggenda
Il mistero dello scienziato storico scomparso nel 1938 nell’inchiesta di Vincenzo Di Michele
Editoria, nel nuovo libro di Vincenzo Di Michele la ricostruzione dell’enigma legato alla scomparsa del grande fisico italiano nel 1938
Ci sono figure della storia della scienza che non smettono di interrogare il presente. Non soltanto per ciò che hanno scoperto, ma per ciò che hanno lasciato incompiuto. Ettore Majorana appartiene a questa categoria rara: quella dei grandi assenti. Assente dai manuali popolari quanto invece è presente nella memoria della fisica teorica, assente dalla scena pubblica già in vita, e poi scomparso del tutto il 26 marzo 1938, a trentadue anni, lasciando dietro di sé uno dei misteri più discussi del Novecento italiano. A riportare oggi quella vicenda al centro del dibattito è “Majorana, il prezzo del genio”, il nuovo libro dello storico e scrittore Vincenzo Di Michele, disponibile in libreria, in edicola e in formato digitale. Più che un semplice saggio su una sparizione, il volume prova a fare qualcosa di più complesso e più interessante: rimettere Majorana dentro il suo tempo, dentro il suo ambiente scientifico, dentro la pressione morale e intellettuale di un’epoca in cui la fisica stava cambiando il mondo. Quel giorno Majorana, allora docente all’Università di Napoli, partì per Palermo. Da lì in poi, il nulla. Tracce interrotte, lettere ambigue, ipotesi, supposizioni. Un’assenza diventata mito. Ma il punto del libro di Di Michele è proprio questo: uscire dal mito senza svuotare il mistero.
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Il talento che non aveva bisogno di esibirsi
Per capire davvero la storia di Ettore Majorana, bisogna prima sottrarlo alla tentazione del personaggio. Troppo spesso, infatti, la sua figura è stata raccontata attraverso formule facili: il genio malinconico, il fisico geniale e tormentato, l’intellettuale che si ritira dal mondo. Tutto vero, forse. Ma anche insufficiente. Majorana nacque a Catania nel 1906 e mostrò fin da giovanissimo un talento fuori scala per la matematica e la fisica. Quando entrò nel gruppo di Enrico Fermi all’Istituto di fisica di via Panisperna, a Roma, quel talento divenne evidente a tutti. E non era facile emergere in un luogo del genere. In quelle stanze lavorava una generazione destinata a lasciare un segno profondo nella storia della fisica del Novecento. Eppure, anche lì, Majorana appariva diverso. Fermi, uomo poco incline all’enfasi, ne riconobbe la statura con parole che sarebbero rimaste nella storia della scienza italiana. Pubblicò poco, spesso molto meno di quanto avrebbe potuto. Non cercava il riconoscimento, non sembrava interessato all’autoaffermazione accademica.
La fisica e il destino del mondo
Per raccontare Majorana, Di Michele sceglie una strada importante: non isolarlo dalla storia, ma immergerlo nel suo contesto. Gli anni Trenta furono una stagione irripetibile per la fisica. In tutta Europa, nei laboratori e nelle università, si lavorava con una sensazione quasi elettrica di accelerazione. Luoghi come Cambridge, Copenaghen, Gottinga, Roma erano attraversati da un dialogo internazionale straordinariamente vivo. Ma sotto quell’entusiasmo, cominciavano a emergere anche segnali più inquieti. La politica avanzava dentro la scienza. I regimi autoritari si consolidavano, il clima europeo si faceva più cupo, e la ricerca cominciava lentamente a mostrare una doppia faccia: da un lato, il progresso, dall’altro la possibilità concreta che quel sapere potesse diventare potenza militare. È qui che il libro di Di Michele inserisce una delle sue chiavi di lettura più forti. La scomparsa di Majorana, suggerisce l’autore, non può essere compresa davvero se la si riduce a un gesto individuale, psicologico o privato. Va letta anche dentro quel passaggio storico in cui la fisica smette di essere soltanto una frontiera teorica e comincia a diventare una questione di potere.
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Il giorno in cui Majorana uscì dalla storia
Nel corso dei decenni sono state avanzate ipotesi di ogni tipo, alcune più plausibili, altre apertamente romanzesche. Ma il merito del lavoro di Di Michele sta nel non forzare la mano. Non costruisce una soluzione spettacolare, non piega il caso alla necessità di una tesi sensazionale. Fa una cosa più seria: rimette in ordine i materiali, pesa le testimonianze, osserva il contesto. Ed è proprio lì che torna una domanda difficile da ignorare: che cosa aveva visto Majorana? O, forse meglio, che cosa aveva intuito? Perché se è vero che nel 1938 la bomba atomica era ancora di là da venire, è altrettanto vero che alcuni scienziati avevano già compreso che la fisica nucleare stava aprendo una soglia irreversibile. Si intravedevano già conseguenze enormi, non solo sul piano della conoscenza, ma anche su quello della distruzione. È una delle ipotesi più forti e più sobrie che attraversano il libro: che Majorana, con la sua sensibilità estrema e il suo sguardo radicale, possa aver percepito prima di altri il prezzo della scoperta.
Un mistero che continua a riguardarci
Questa storia parla ancora perché tocca un nodo che oggi è tornato centrale: il rapporto tra scienza, responsabilità e potere. Intelligenza artificiale, genetica, neuroscienze e tecnologie predittive avanzano con una velocità impressionante e la domanda che emerge dal caso Majorana conserva una forza sorprendentemente attuale: uno scienziato è responsabile delle conseguenze del proprio sapere? “Majorana, il prezzo del genio” ha il merito di non usare questa vicenda come semplice materiale da mistero, ma come occasione per riaprire una riflessione più ampia. Il libro non cerca soltanto di capire dove sia finito Majorana. Cerca di capire che cosa rappresenti ancora oggi. E forse è proprio questo il punto più interessante. Majorana non continua a parlarci perché non sappiamo come sia finita la sua storia. Continua a parlarci perché, in fondo, non abbiamo ancora finito di capire la domanda che la sua scomparsa ci ha lasciato.
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