Ci sono figure della storia della scienza che non smettono di interrogare il presente. Non soltanto per ciò che hanno scoperto, ma per ciò che hanno lasciato incompiuto. Ettore Majorana appartiene a questa categoria rara: quella dei grandi assenti. Assente dai manuali popolari quanto invece è presente nella memoria della fisica teorica, assente dalla scena pubblica già in vita, e poi scomparso del tutto il 26 marzo 1938, a trentadue anni, lasciando dietro di sé uno dei misteri più discussi del Novecento italiano. A riportare oggi quella vicenda al centro del dibattito è “Majorana, il prezzo del genio”, il nuovo libro dello storico e scrittore Vincenzo Di Michele, disponibile in libreria, in edicola e in formato digitale. Più che un semplice saggio su una sparizione, il volume prova a fare qualcosa di più complesso e più interessante: rimettere Majorana dentro il suo tempo, dentro il suo ambiente scientifico, dentro la pressione morale e intellettuale di un’epoca in cui la fisica stava cambiando il mondo. Quel giorno Majorana, allora docente all’Università di Napoli, partì per Palermo. Da lì in poi, il nulla. Tracce interrotte, lettere ambigue, ipotesi, supposizioni. Un’assenza diventata mito. Ma il punto del libro di Di Michele è proprio questo: uscire dal mito senza svuotare il mistero.

Il talento che non aveva bisogno di esibirsi

Per capire davvero la storia di Ettore Majorana, bisogna prima sottrarlo alla tentazione del personaggio. Troppo spesso, infatti, la sua figura è stata raccontata attraverso formule facili: il genio malinconico, il fisico geniale e tormentato, l’intellettuale che si ritira dal mondo. Tutto vero, forse. Ma anche insufficiente. Majorana nacque a Catania nel 1906 e mostrò fin da giovanissimo un talento fuori scala per la matematica e la fisica. Quando entrò nel gruppo di Enrico Fermi all’Istituto di fisica di via Panisperna, a Roma, quel talento divenne evidente a tutti. E non era facile emergere in un luogo del genere. In quelle stanze lavorava una generazione destinata a lasciare un segno profondo nella storia della fisica del Novecento. Eppure, anche lì, Majorana appariva diverso. Fermi, uomo poco incline all’enfasi, ne riconobbe la statura con parole che sarebbero rimaste nella storia della scienza italiana. Pubblicò poco, spesso molto meno di quanto avrebbe potuto. Non cercava il riconoscimento, non sembrava interessato all’autoaffermazione accademica.

La fisica e il destino del mondo

Per raccontare Majorana, Di Michele sceglie una strada importante: non isolarlo dalla storia, ma immergerlo nel suo contesto. Gli anni Trenta furono una stagione irripetibile per la fisica. In tutta Europa, nei laboratori e nelle università, si lavorava con una sensazione quasi elettrica di accelerazione. Luoghi come Cambridge, Copenaghen, Gottinga, Roma erano attraversati da un dialogo internazionale straordinariamente vivo. Ma sotto quell’entusiasmo, cominciavano a emergere anche segnali più inquieti. La politica avanzava dentro la scienza. I regimi autoritari si consolidavano, il clima europeo si faceva più cupo, e la ricerca cominciava lentamente a mostrare una doppia faccia: da un lato, il progresso, dall’altro la possibilità concreta che quel sapere potesse diventare potenza militare. È qui che il libro di Di Michele inserisce una delle sue chiavi di lettura più forti. La scomparsa di Majorana, suggerisce l’autore, non può essere compresa davvero se la si riduce a un gesto individuale, psicologico o privato. Va letta anche dentro quel passaggio storico in cui la fisica smette di essere soltanto una frontiera teorica e comincia a diventare una questione di potere.